A una amica che va in pensione…

19 07 2008

Antonietta:

Tenevo a dirti che per me sei uno dei pochi motivi per cui quei due anni di lavoro con l’Alpha sono valsi la pena, incontrarti è stato un regalo dell’universo e questo mi fa sentire una persona molto fortunata.

Dal primo giorno mi hai teso la tua mano, hai preso la mia e l’hai tenuta stretta senza lasciarmi pensare nemmeno un attimo che ero da solo, e quando tutto per me era finito, e mi sono trovato in un buco, ti sei fatta in mille per tirarmi fuori, riprendendo la mia mano e facendomi mettere in piedi di nuovo.

Come farebbe una mamma, mi hai sempre detto che tutto sarebbe andato bene, e come le mamme, hai sempre avuto ragione. Inutile dirlo, ma ne avevo bisogno, ti voglio tanto bene, sei una di quelle persone che ci fanno riconciliare con la vita, con la gente.

C’è una poesia venezuelana, di un certo Antonio Machado, che in genere si dedica alle persone per salutarle, quando vanno via o quando lasciano una cosa per iniziare un’altra. Oggi che celebriamo l’inizio di questo tuo nuovo cammino, la voglio dedicare a te, perché sono convinto, questo nuovo percorso, questo nuovo cammino, sarà altrettanto bello e speciale come lo è stato quello marciato fin’ora.

Caminante, son tus huellasFoto 3964
el camino y nada más;
caminante, no hay camino,
se hace camino al andar.

Al andar se hace camino
y al volver la vista atrás
se ve la senda que nunca
se ha de volver a pisar.
Caminante, no hay camino
sino estelas en el mar…

Todo pasa y todo queda,
pero lo nuestro es pasar,
pasar haciendo caminos,
caminos sobre el mar.

In italiano sarebbe qualcosa come: Camminante, son le tue tracce il cammino, e niente più; camminante, non c’è cammino, si fa il cammino nell’andar. Nell’andar si fa cammino, e voltando in dietro lo sguardo, si vede il viale che mai tornerai a attraversare. Camminante non c’è cammino, ma punti di luce sul mar… tutto passa e tutto resta, ma è nostro questo passar, passare facendo cammino, cammino sul mar.

Grazie per essere entrata nella mia vita, riempirla di sorrisi e rimanerci, conterò sempre su di te come te potrai farlo su di me. Sempre.

Ti voglio bene,





Amarezza… poi si impara?

2 07 2008

Credo che l’amarezza più grande sia quella di essere triste, piangere ma non sapere realmente il perchè? Cioè… piangere perchè la storia è finita, o perchè l’altro soffre o perchè in realtà, in fondo al cuore, c’è amore? E’ straziante soprattutto perchè inaspettato… non la fine, il dolore… avevo immaginato questo momento tante volte, e nella mia testa ero sempre sereno, triste ma rassegnato perchè comunque sono io quello che non è sicuro di ciò che prova… e allora?

C’è una poesia, che in questo momento ha un sapore infame, ma che è bellissima, quasi un’oda alla rassegnazione della perdita, scritta dal poeta venezuelano Jorge Luis Borges che si intitola “Y uno aprende”. Mi sono permesso, nel mio piccolo, di tradurla all’Italiano. Dice così:

 

Dopo un po’ si impara la sottile differenza

tra il sostenere una mano e mettere in catene un anima,

e si impara… che l’amore non significa appoggiarsi

e la compagnia non significa sicurezza

e si inizia ad imparare…

che i baci non sono contratti

e i doni non sono promesse

e si cominciano ad accettare le proprie sconfitte a testa alta

e con gli occhi aperti

e si impara a costruire tutte le strade nella terra dell’oggi

perché il domani è troppo incerto per piani

e i futuri hanno quel loro modo di cadere nel mezzo.

Dopo un po’ si impara che se è troppo

anche il calduccio del sole brucia.

E così uno pianta e cura il proprio giardino

e decora la propria anima,

invece di aspettare che qualcuno ci metta dei fiori.

E si impara che si è veramente in grado di sopportare,

che si è veramente forte,

che uno veramente vale,

e si impara e si imparara…

e con ogni addio si impara.